Sai MammaMia, qualche giorno fa sono diventata grande un altro pò.
A volte mi chiedo se mi guardi pensando a me come chi non potrà mai fallire o come chi fallisce già nell’intenzione.
Mammamia che di fallimenti non ne vuole più sapere, perchè è caduta in quel dirupo e non ne esce più.
Non per mancanza di vie di fuga o di mani pronte a prenderti, ma perchè è in quel cantuccio che hai costruito casa tua.
Venire a trovarti laggiù, diventa ogni giorno più complicato: qualcosa mi spinge a mettere la testa un filo sopra quell’ultimo strato di paure e vedere fuori cos’è rimasto.
Sai Mammamia, la cosa più difficile è pulire i riflessi delle tue intolleranze e delle tue certezze avvelenate, dallo specchio che mi guarda la mattina.
Spiegami come si fa a convincersi che si può essere diversi dalla trama già assegnata.
Un giorno comprerò il coraggio dimenticato che hai e te lo regalerò, magari in un pomeriggio di aroma di caffè nell’aria e magari, ti insegnerò a girare lo zucchero in senso antiorario, perchè ho il sospetto che insegnare qualcosa ai propri genitori, sia un pò come dichiarare che non si è più solo figli e respirare un’altra possibilità imminente.
volevo dirmi che tante cose non so dirle. faccio prove silenziose di continuo, ma si ferma tutto lì: tra un “taci” ed un “ma sei scema?!”.
volevo dirmi che sto ragionando sul fatto che forse, l’infelicità si impara, in alcuni casi a memoria, come si faceva con le poesie.
volevo dirmi che sono colma di sensi di responsabilità. mi ci hanno inzuppata, come si fa con i biscotti buoni e quel senso di dover fare sempre la cosa giusta per tutti, è lì, denso.
a volte resisto: la resistenza di un biscotto ribelle.
volevo dirti che mi piacerebbe tu ti sedessi qui e mi guardassi mentre mi scelgo. mentre mi concedo l’ennesima possibilità di un fallimento colossale. perché voler tentare ancora, fa venire la nausea.
voleva essere letta ad alta voce.
un pò come si fa per le cose importanti.
si era accorta di non avere ancora ascoltato, tutte le parole che si erano fermate addosso nel corso degli anni.
si erano incagliate lì, tra le ossa e quegli strati di pelle che troppo spesso, sembravano eccessivamente trasparenti.
ci sono scie argentate che diventano draghi ed alberi di mirtilli abitati da merli rossi.
ci sono lucciole scappate dai barattoli, da invidiare.
ci sono intermittenze, con scampoli di stoffa al posto delle attese.
ci sono pozzanghere da guadare, su dinosauri panciuti che ti fanno ridere e stivali blu, per saltare dentro gli abissi in un bicchiere e dimenticarci qualche capriccio, prima di bere.
ci sono ricordi che perderai.
molti non torneranno più.
ed allora ci saranno le civette che ti porteranno a trovare amici, con cui ricordare e costruire nidi di zucchero filato, dove ricucire le lacrime strappate per rabbia o per dolore.
avrai fili rossi da lanciare nella prima folata di tramontana e chiederai ad aereoplanini di carta di riso, di controllare che arrivino all’altro capo dei tuoi perchè.
avrai progetti e finali felici, prima di addormentarti che al mattino sembreranno essersi trasferiti su galassie lontanissime.
ci sarà un tempo coraggioso, dove aspetterai l’uomo che raccoglie le stelle cadenti, per chiedere un passaggio al razzo che riporta le cinque punte al loro posto ed andarteli a riprendere.
Riccicorvini indossava per la prima volta uno strano vestitino nero, con delle linee bianche che si divertivano ad intrecciarsi in spirali disordinate. Camminava accanto al suo amico di sempre.
Quell’estate erano diventati di dieci centimetri più alti.
La discesa era la stessa di tutte le sere: quella che appena svoltato l’angolo, faceva sentire Riccicorvini, ben nascosta da casa.
Gli alberi, si muovevano oscillando le foglie, come quando sta per arrivare la pioggia e Riccicorvini era persa ad ascoltare le chiacchiere delle rane nei giaridini..
“e quindi ti piace Luigi?”
“ma sei matto? e poi dice cose senza senso, però mi fa ridere tanto.”
“capisco.”
“a te invece piace Sara”
“no.
però mi piacerebbe innamorarmi. a te non piacerebbe? “
Riccicorvini si fermò di scatto. Quelle parole le erano sembrate una sorte di tradimento.
“ma hai visto che fine hanno fatto i miei? per non parlare di mio fratello che ora se ne va in giro con i capelli arancioni per eleonora.. ti rendi conto? porta un codino e per giunta arancione.
“un giorno ti innamorerai anche tu.”
“questa frase l’hai letta in uno dei romanzetti rosa che rubi a tua mamma?”
“stronza”
“e quindi vuoi innamorarti?”
“sì.
(un silenzio che durò sei alberi)
ma di una che abbia il tuo stesso caratteraccio, il tuo modo cretino di ridere, i tuoi occhi e quel tuo modo assurdo di voler bene a qualsiasi cosa meno che a te”
“sei fortunato dai. non ce ne sono altre come me.”
“appunto.”
L’ ultima parola arrivò nel momento esatto in cui, i genitori di lui, stavano uscendo da casa di amici. Poco dopo, erano in macchina andando dove dovevano.
L’amico di Riccicorvini dopo un mese o due, si fidanzò con Sara. La storia durò poco.
Riccicorvini impiegò qualche tempo prima di capire, quell‘“appunto”.
Ora sono passati 15 anni.
Riccicorvini impiega ancora un tempo esagerato, per lasciarsi comprendere dalle parole dette. Ha sempre quel modo in-opportuno di rispondere a tutto e quando si parla di certe cose, ha un pensiero nascosto, rivolto ai suoi ed una camera oscura, dove stampare in bianco e nero, le immagini di quel bisogno di radici che ancora non è riuscita a raccontare a nessuno.
Però una cosa l’ha imparata: dell’amore non sa parlare e non ci sono traduttori per alcuni silenzi o almeno, ancora non ne hanno inventati.
il passato rende zoppi.

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